No deal Brexit: salvaguardare i medici veterinari UE?

La carenza di veterinari autoctoni nel Regno Unito è particolarmente sentita in alcuni settori, come l’ispezione ai macelli, in cui il 95% dei professionisti è di provenienza Ue. 

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Il no deal Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Ue senza alcun tipo di accordo, è un timore che si è reso più concreto il 15 gennaio scorso.

La proposta di accordo tra il Regno Unito e l’Ue, elaborata dal governo guidato da Theresa May, è stata infatti respinta dal Parlamento britannico, e gli scenari che ora si aprono sono pieni di incognite, anche in considerazione dell’avvicinarsi a grandi passi del termine per il divorzio tra Uk e Ue, fissato al 29 marzo.

Il giorno stesso della bocciatura dell’accordo la Bva (British Veterinary Association) ha risposto all’esito del voto sulla Brexit. Il presidente della Bva, Simon Doherty, ha infatti dichiarato: “Questo risultato suggerisce che è sempre più probabile una Brexit senza accordi, che avrebbe un profondo impatto sulla professione veterinaria, in particolare nel breve-medio termine. Sappiamo che i nostri membri sono particolarmente preoccupati per la carenza di manodopera e di professionalità, quindi rinforzeremo la nostra campagna per far sì che i medici veterinari tornino ad essere inseriti nella lista delle professioni di cui c’è carenza e sviluppare un sistema di immigrazione che funzioni per tutti i professionisti”.

L’incertezza sul futuro status del Regno Unito eserciterà ulteriori pressioni su una professione già esposta a eccessivo stress, quindi è essenziale, nel caso di uno scenario senza accordo, che il governo si occupi urgentemente di questa situazione. La Bva continuerà a collaborare con Rcvs, Defra e altre parti interessate, incluso il governo irlandese, per affrontare le numerose domande dettagliate sollevate da una Brexit senza accordi”.

Anche il Royal college of veterinary surgeons (Ordine dei veterinari britannico) partecipa alle richieste della Bva1: le due organizzazioni hanno fatto presente che le attuali richieste di servizi veterinari sono superiori alle possibilità di erogazione da parte dei veterinari locali per- tanto il Regno Unito dipende dai professionisti stranieri, in particolare dal resto dell’Ue, che attualmente rappresentano circa il 50% di nuovi iscritti all’anno.

Per questi professionisti Bva e Rcvs chiedono dunque che i datori di lavoro siano esentati dall’ottemperare alle norme previste per l’impiego di immigrati, come sarebbero considerati i veterinari dell’Ue, anche in termini di burocrazia e di restrizioni salariali.

La carenza di veterinari autoctoni nel Regno Unito è particolarmente sentita in alcuni settori, come l’ispezione ai macelli, in cui il 95% dei professionisti è di provenienza Ue.

FONTE: LaSettimanaVeterinaria