Benessere degli animali: è da considerarsi un bene immateriale?

Una tendenza di pensiero vorrebbe inserire il benessere animale nella nuova categoria dei “beni immateriali”, col rischio di renderlo un principio ideale, difficile da quantificare.

A cura di: Dott.ssa Paola Fossati

benessere degli animali

L’Intergruppo europeo sul benessere degli animali, in un recente incontro organizzato a Bruxelles per discutere della considerazione riservata al benessere degli animali allevati nell’ambito della Pac (Politica agricola comune) post 2020, ha portato l’attenzione sulla nuova categoria in cui si vuole inserire il benessere animale stesso, ossia quella dei “beni immateriali”.

Un orientamento di pensiero ardito, soprattutto se si considera che questa scelta porterebbe a individuare il benessere stesso come un principio ideale, difficile, dunque, da oggettivare e, quindi, anche da “quantificare” come valore sostanziale, con riferimento ai relativi costi e alle necessità di finanziamento.

Quali prospettive si aprirebbero, considerando che uno dei punti cruciali della Pac è proprio la conciliazione degli obiettivi di incremento del benessere animale con quelli di incremento produttivo ed economico?

Da sempre, le proposte normative che delineano il quadro legislativo della Pac sono sostanzialmente pragmatiche, dovendo affrontare le sfide connesse a temi quali la sostenibilità e la produzione di cibi sani e sicuri.

Cosa si può fare realmente per un bene immateriale?

Per definizione letterale, un “bene immateriale” è un bene incorporeo, privo di consistenza fisica; non può essere percepito direttamente con i nostri sensi, ma solo attraverso l’intelligenza.

In linea generale, i beni immateriali hanno un valore proprio, ma che, secondo la definizione più recente data dagli economisti, dipende dalla loro natura di “risorsa che permette di generare dei benefici economici”.

Spesso, sono connessi a investimenti aziendali di grande rilevanza economica e finanziaria, finalizzati a ottenere un riscontro sui fatturati degli anni successivi.

È, però, più complesso darne una valutazione, anche data l’ampiezza della tipologia, per cui (quasi) per ognuno di essi dovrebbe esistere una metodologia concettualmente corretta, da applicare allo scopo.

Inoltre, esiste l’ostacolo della sostanziale assenza di normativa di settore e, quindi, di tutela giuridica.

Quali sono limiti della proposta sul benessere degli animali?

Se questo è il quadro, pensando alle potenzialità ma anche alle limitazioni che caratterizzano la funzione dei beni immateriali, si può comprendere come l’inserimento del benessere animale in questa categoria crei il rischio di non farne un obiettivo chiaro, comprensibile e “valutabile”.

Inoltre, risulterebbe complesso garantire parità di condizioni nell’Ue.

Invece, la Pac è pensata come uno strumento per migliorare l’animal welfare in tutta Europa.

A questo fine, proprio dall’Eurogruppo per gli animali è stato espresso il desiderio di una Pac che offra forti incentivi per consentire di sostenere più imprese attive, innovative e sostenibili, ma soprattutto che scelgano di assicurare standard di benessere degli animali superiori a quelli minimi richiesti dalla normativa.

Invece, nonostante la Pac stessa sia una delle politiche più antiche e integrate nell’Ue, concepita per consentire al settore agricolo e forestale dell’Ue stessa di rispondere alle richieste dei cittadini non solo per quanto riguarda la sicurezza alimentare, ma anche per salute e standard elevati di benessere degli animali, la proposta presentata non riesce a rendere obbligatori investimenti e azioni volti a migliorare il benessere degli animali e a fornire un bilancio dedicato per le misure da intraprendere a tal fine.

Nell’incontro guidato dall’Intergruppo sul benessere animale, è emersa l’idea di considerare l’animal welfare tra i “public goods, cioè tra i beni e i servizi che sono a vantaggio di tutti, nonché di erogare all’allevamento un supporto basato sul risultato e non solo sul prodotto.

Ci sono differenze di opinione sul beneficio di riconoscere il benessere degli animali come un bene pubblico. Certo è che un bene pubblico dovrebbe essere protetto senza dubbio, nell’interesse di tutti.

Inoltre, conferire la natura di bene pubblico al benessere animale consente di non collegarlo strettamente a soluzioni basate sul mercato, ma di aumentare le probabilità che il dibattito in merito si svolga a livello legislativo e giudiziario.

L’interesse per questi beni, svincolato dal mercato, consente ai governi di intervenire con regolamentazioni e anche supporto finanziario, incontrando al con – tempo l’interesse della società.

È però altrettanto vero che è difficile dare a un bene pubblico un valore che sia socialmente accettabile.

Pensando alla flessibilità lasciata dalla Pac agli Stati membri per la gestione dei fondi a loro disposizione e alla proposta di canalizzare i finanziamenti alle aziende agricole che assicura – no standard di animal welfare superiori a quelli richiesti dalla legge, bisogna tenere presente che non è l’intera società a ritenere importanti tali incrementi.

Il relativo costo economico può, per questo, essere visto come un “bene privato” dei cui costi maggiori (decisi per scelta individuale) i governi non hanno la responsabilità.

Appare evidente che il costo del benessere animale crea inevitabili dilemmi e, in particolare, il conflitto tra l’interesse degli animali e l’interesse umano.

Ma un valore economico non deve necessariamente essere tradotto in forma concretamente monetizzabile.

Se la proposta per la Pac 2020 sarà approvata, si vedrà se al benessere degli animali potrà essere dato un valore anche considerandolo immateriale.

FONTE: LaSettimanaVeterinaria