Ornithonyssus bacoti: l’acaro tropicale del ratto

Numerose sono le specie di parassiti che possono infestare la cute dei piccoli mammiferi non convenzionali ed in particolare quella dei roditori. Parleremo oggi di Ornithonyssus bacoti, un ectoparassita piuttosto frequente che, nonostante il nome con il quel è conosciuto, può rappresentare un problema per diverse specie.

A cura di: Dott. Cristiano Papeschi

acaro del ratto

Nonostante il nome comune con il quale è conosciuto, ovvero “acaro tropicale del ratto”, Ornithonyssus bacoti non è poi così “esotico” e nemmeno un infestante esclusivo di questo muride: al contrario, questo acaro di superficie è in grado di parassitare moltissimi mammiferi, in particolare i roditori miomorfi e, secondo alcuni autori, anche i volatili selvatici.

Gli altri nomi con il quale viene indicato nei diversi riferimenti bibliografici sono Liponyssus bacoti o Macronyssus bacoti, per via della sua appartenenza alla famiglia Macronyssidae.

Come è fatto l’Ornithonyssus bacoti ?

Ornithonyssus bacoti, che possiamo osservare nella fotografia sottostante, è un acaro la cui forma adulta misura circa un millimetro, di colore bianco oppure rosso-nerastro in funzione del pasto di sangue, dai lunghi arti e dal corpo ovalare.

Il ciclo biologico

Questo acaro è in grado di sopravvivere lontano dall’ospite solamente per pochi giorni. Sia il maschio che la femmina sono ematofagi, pertanto si nutrono del sangue dell’animale parassitato; la femmina può sopravvivere oltre due mesi ed in questo lasso di tempo riesce a deporre un centinaio di uova circa.

acaro del ratto 2

Le uova misurano 0,3-0,4 mm e da esse fuoriesce una piccola larva dotata di sei zampe che successivamente muta a ninfa e ad adulto, entrambi con otto zampe.

Per compiere l’intro ciclo biologico, ovvero da quando viene deposto l’uovo fino alla trasformazione dell’acaro in adulto, trascorrono circa due settimane.

I sintomi

Le infestazioni lievi, quando vi sia presenza di pochi acari sulla cute dell’animale, potrebbero passare inosservate, almeno inizialmente, oppure dare lievi segni di fastidio e prurito.

Quando il numero dei parassiti aumenta, il disagio nell’animale cresce in quanto la puntura dell’acaro è dolorosa.

I segni più comuni, quelli che dovrebbero allarmare il proprietario e spingerlo a condurre l’animale a visita, sono il prurito, la perdita di pelo conseguente a grattamento, l’irritazione cutanea e la formazione di papule e croste.

A seguito dell’intenso grattamento, le lesioni autoinflitte dall’animale possono infettarsi e causare rialzo termico (febbre), aggravando così il quadro clinico generale.

Nelle infestazioni massive possono verificarsi fenomeni di anemia e perdita di peso importante, fino anche alla morte del soggetto se il problema viene trascurato.

Bisogna fare attenzione

Questo parassita è piuttosto frequente negli allevamenti, sia di roditori da compagnia che in quelli da pasto, nei quali l’igiene non sia particolarmente curata o in condizioni di forte sovraffollamento.

Può capitare che gli animali che giungono al negozio siano infestati e non è infrequente che, successivamente, i parassiti passino agli altri soggetti ivi presenti, anche di specie diversa.

Al momento dell’acquisto, i giovani animali potrebbero essere asintomatici e manifestare il problema anche a distanza di tempo.

È importante, come regola generale, sottoporre il pet di recente acquisto ad una visita veterinaria in modo da verificare l’eventuale presenza di questi ectoparassiti, oltre ad un controllo generale sulle sue condizioni di salute.

La diagnosi

Il medico veterinario potrà diagnosticare il problema in maniera non invasiva, ovvero senza arrecare dolore o particolare fastidio all’animale.

Viste le dimensioni del parassita sarà possibile osservarlo con l’ausilio di una semplice lente di ingrandimento oppure mediante l’utilizzo di un dermoscopio.

In alternativa, o in aggiunta, si potrà eseguire lo scotch test, un semplice prelievo che si esegue per apposizione di un pezzetto di nastro adesivo trasparente sulla cute e sul pelo dell’animale e la sua successiva osservazione al microscopio.

Non sempre si riesce a catturare ed isolare l’acaro ma è comunque molto semplice individuare le sue uova, spesso molto numerose.

È necessario trattare efficacemente gli animali

Una volta eseguita la diagnosi sarà necessario impostare una terapia antiparassitaria efficace.

Il medico veterinario provvederà a prescrivere il prodotto più adatto, poiché esistono in commercio diverse molecole efficaci contro questo parassita, indicando la via di somministrazione e la posologia corretta.

Nella maggior parte dei casi si rende necessario, sempre dietro parere medico, trattare anche gli altri animali conviventi, seppur apparentemente non interessati dal problema.

Di fondamentale importanza è la pulizia accurata delle gabbie e la rimozione della lettiera, dei giochi e delle tane all’interno delle quali potrebbero annidarsi degli acari.

Il proprietario, dal canto suo, dovrà seguire con attenzione il protocollo indicato ed evitare trattamenti arbitrari. Nelle infestazioni massive e nel caso di animali che presentino lesioni infiammatorie, infezioni della cute ed eccessivo disagio, potrebbe rendersi necessaria la somministrazione di antibiotici, antidolorifici e antinfiammatori.

Un pericolo per l’uomo?

Ornithonyssus bacoti è un parassito non particolarmente specie-specifico, il che significa, come abbiamo già accennato, che può parassitare anche altre specie a sangue caldo.

L’essere umano, in questo, non fa eccezione ed infatti il rischio di passaggio dell’artropode dall’animale all’uomo, soprattutto nel caso di proprietari di roditori infestati, è tutt’altro che remoto.

Questo acaro, oltre a causare prurito, dermatiti e reazioni cutanee più importanti, è stato riconosciuto essere anche un potenziale vettore di alcuni agenti patogeni di natura infettiva trasmissibili all’essere umano.

Bibliografia

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