Aggressività nel cane: la genetica la può influenzare?

Il cane può imparare ad usare l’aggressività per risolvere certe situazioni; in generale, il comportamento viene perseguito o abbandonato in base alle conseguenze che ne derivano.

aggressività nel cane

La genetica può influenzare l’aggressività nel cane? La risposta è affermativa, ma demonizzare una razza non è per nulla sensato. Molte informazioni sul carattere tendenziale del cane sono riportate negli standard di razza.

I maschi castrati, sono meno aggressivi del 62% nei confronti di altri cani maschi, ma se il comportamento è radicato, la castrazione agisce in maniera poco percepibile.

Inoltre, stress e paura abbassano la soglia di reattività, rendendo il cane più facilmente aggressivo.

Quanto alle femmine, è ben nota anche l’aggressività materna, di solito preceduta dal ringhio, seguita da un attacco rapido e intenso, e conclusa con il ritorno alla cuccia, dove la madre lecca compulsivamente i cuccioli.

Se l’intruso non si allontana, parte un altro attacco. È anche per questo che nei primi tre giorni dopo il parto, è bene lasciare la cagna tranquilla.

Per controllare i cuccioli, è meglio far allontanare prima la mamma; se ringhia, è bene fermarsi e allontanarsi dalla cucciolata. Da ricordare che le femmine possono essere aggressive anche in corso di pseudogravidanza.

Poiché l’aggressività può essere utile per gestire le risorse, procurarsi il cibo, prevalere su rivali in amore assicurandosi una discendenza, ecc., la selezione non l’ha eliminata dai comportamenti dei mammiferi trasmettendola tramite la genetica.

L’aggressività può essere classificata in “emotiva” (cambiamento di umore netto con posture e vocalizzazioni, e segnali di avvertimento) e “non emotiva” (aggressività predatoria, nel gioco, ecc.); in competitiva od offensiva, oppure protettiva o difensiva.

Come in tutti i comportamenti, anche in quello aggressivo sono distinguibili diverse fasi: appetitiva, consumatoria, di arresto e refrattaria.

Nell’aggressività la fase iniziale è quella della minaccia, seguita dalla fase dell’azione con attacco, da quella di arresto una volta conclusa l’aggressione, e poi da una fase refrattaria che non fa ripetere l’aggressione per un po’ di tempo.

Se in questa sequenza manca una delle fasi, si entra nel patologico. Ad esempio, se manca la fase intimidatoria, l’aggressività non è prevedibile.

A volte i segnali ci sono, ma le persone non riescono a leggerli. Si sconfina nel patologico anche quando la sequenzialità è corretta, ma il contesto non è adeguato.

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