Eccessiva umanizzazione degli animali: quali sono i rischi?

Nell’ambito del mondo di cani e gatti, i pregiudizi dovuti all’antropomorfismo esasperato e senza logica sono ancora molti.

A cura di: Prof.ssa Giorgia Meineri

umanizzazione

L’umanizzazione degli animali è atteggiamento diffuso e antico, cui viene attribuito il termine di antropomorfismo. In campo zoologico vuol dire assegnare agli animali sentimenti o attitudini tipicamente umani e a loro estranei, come ad esempio la cattiveria al lupo, l’astuzia alla volpe, l’innocenza all’agnello, la stupidità all’asino, la vanità al pavone.

La tendenza ad assimilare agli animali lo stesso comportamento umano si è accresciuta nel corso del tempo e ha assunto connotati sempre più spinti in seguito a due fattori:

  • l’aumento del grado di addomesticamento degli animali;
  • il progressivo allontanamento dell’uomo dalla natura, causato dall’inurbamento e dal diverso sistema di vita.

Il proprietario di un cane o di un gatto vede in essi degli amici a quattro anziché a due zampe o, in alcuni casi, addirittura dei figli.

Egli è convinto di poterli rendere felici trattandoli al pari delle persone e cercando di umanizzare le loro abitudini; così facendo calpesta invece sistematicamente la loro natura, i loro istinti e le loro esigenze, che, seppur evolute, sono nettamente differenti rispetto a quelle degli esseri umani.

Le conseguenze deleterie dell’umanizzazione

Esistono numerosi e grandi rischi. L’eccessiva umanizzazione degli animali e il mancato rispetto dei loro modelli relazionali provoca in alcuni soggetti delle aberrazioni comportamentali sempre più frequenti, che destabilizzano la loro psiche e portano i proprietari alla rapida disaffezione verso di essi.

Chi non ha saputo prevenire questi fenomeni, si sbarazza dell’animale oppure non lo sostituisce quando viene a mancare.

Inoltre, l’errata alimentazione provoca una nutrita serie di malattie, ben conosciute dai medici veterinari. Alcuni proprietari sono convinti di dover somministrare il meglio ai loro animali d’affezione e quindi somministrano cibi sofisticati e costosi che in alcune situazioni risultano poco digeribili e dunque, alla lunga, dannosi. A fronte di una spesa spesso esagerata, generalmente non si hanno risultati nutrizionali apprezzabili.

Infine, la selezione genetica finalizzata ad accontentare discutibili finalità estetiche provoca alterazioni morfologiche e malattie specifiche spesso difficili da trattare.

L’antropomorfismo esasperato e senza logica presenta anche dei rischi per il settore economico che ruota attorno agli animali d’affezione: infatti, i costi di produzione eccessivi che la moda di trattare gli animali come esseri umani comporta finiscono per escludere una parte di individui dalla possibilità di detenere un animale.

Operando con criterio è invece possibile mantenere animali a costi accessibili per tutti, la compagnia di un animale dovrebbe essere infatti considerata come un nuovo diritto sociale.

L’animalismo spinto, che nega la possibilità di detenere animali in nome di una presunta e, tutta da dimostrare, miglior vita allo stato di libertà, è una mina vagante molto sottovalutata. Infatti, esso rappresenta l’evoluzione estrema dell’antropomorfismo.