Quali sono i reati contro gli animali detenuti nei circhi?

La vita nel circo, per un animale, presenta numerose difficoltà, derivanti in particolare dall’impossibilità di godere di condizioni ambientali adeguate alle esigenze etologiche specifiche, che a sua volta è connessa inevitabilmente alle restrizioni imposte dalla cattività.

A cura di: Dott.ssa Paola Fossati

reati contro gli animali detenuti nei circhi

Sono già note, purtroppo, diverse sentenze che hanno stabilito la sussistenza di reati contro gli animali detenuti nei circhi. Tra queste, il reato previsto all’art. 727 C.p. “Abbandono di animali”, nella parte in cui punisce “chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze”, e il reato di maltrattamento (art. 544 ter C.p.).

Nel primo caso, gli elementi predisponenti sono, principalmente: il confinamento entro ricoveri angusti e spazi ristretti, l’assenza di arricchimenti ambientali, la difficoltà di controllare la temperatura e l’incidenza degli altri parametri atmosferici.

Carenze di questo genere rendono la detenzione degli animali non conforme alle loro minime esigenze naturali e fisiologiche e, pertanto, possono essere considerate in contrasto con le garanzie di benessere che dovrebbero essere assicurate agli animali stessi.

La Corte di Cassazione lo ha confermato, ravvisando il concetto di detenzione “vietata” degli animali quando: “Le condizioni in cui vengono custoditi gli animali non sono dettate da particolari esigenze e risultino tali da provocare negli stessi uno stato di grave sofferenza, indipendentemente dal fatto che in conseguenza di tali condizioni di custodia l’animale possa subire vere e proprie lesioni dell’integrità fisica” (Sez. III, n. 37859/2014).

Pertanto, dal punto di vista penale, è rilevante la sussistenza di divergenze tra quello che viene imposto (e negato) agli animali e ciò che le acquisizioni scientifiche suggeriscono, invece, come necessario per garantirne il benessere.

L’osservazione del loro comportamento consente, poi, di rilevare la presenza di atteggiamenti innaturali, stati ansiosi o l’espressione di altri patimenti, che svelano uno stato di sofferenza.

Questa, infatti, può prescindere dal dolore propriamente detto e derivare dalla frustrazione di esigenze primarie e anche dall’impossibilità di muoversi liberamente in un ambiente idoneo (si veda Cass. Pen. Sez. III, sent.n. 10164/2018, di condanna del gestore di un circo che teneva elefanti alla catena, impedendone così i movimenti anche nei momenti in cui il contenimento non era necessario per esigenze di cura o pulizia).

FONTE: LaSettimanaVeterinaria