La tritrichomonosi felina: una parassitosi emergente nel gatto

A cura di: Dott.ssa Giulia Morganti, Prof.ssa Fabrizia Veronesi

Tritrichomonas foetus è un protozoo in grado di parassitare le cellule intestinali del grosso intestino del gatto. Il parassita presenta una forma biologica infettante (definita anche “trofozoite”); sebbene non vi siano evidenze dell’esistenza di forme cistiche di resistenza di Tritrichomonas, si sospetta la presenza di una forma “pseudocistica” in grado di giustificare una parziale resistenza nell’ambiente esterno.

Il parassita replica a livello delle cellule intestinali del colon e del retto del gatto e viene eliminato attraverso le feci nell’ambiente esterno, dove è in grado di resistere da poche ore fino ad un giorno a seconda del substrato nel quale si trova (es. acqua, lettiera, cibo etc), sebbene la sua vitalità tenda a ridursi a partire da 8 ore dopo l’eliminazione. La trasmissione avviene per via oro-fecale attraverso l’ingestione di cibo ed acqua contaminati, ma soprattutto attraverso il contatto con la lettiera condivisa con animali infetti.

Il parassita ha la tendenza a circolare e ad essere presente in maniera stabile in realtà come quelle allevatoriali o collettive, gestite in ambienti chiusi nei quali gli animali vivono a stretto contatto, condividendo giacigli e lettiere, mentre è meno rappresentato nelle colonie feline gestite all’aperto. Non sembrerebbe esistere una predisposizione di razza ed il fatto che la sua presenza sia più frequentemente descritta in soggetti di razza, quali abissini, siamesi, bengala, maine coon, sembrerebbe connessa allo stile di vita, prettamente in ambiente chiuso, di questi animali. L’infezione può osservarsi in animali di tutte le età, sebbene un maggior numero di casi di malattia siano stati registrati in soggetti al di sotto dell’anno; negli adulti in genere il parassita tende a persistere in forma sub-clinica (ossia un’infezione che non dà sintomi clinicamente manifesti).

La presenza di Tritrichomonas foetus è descritta spesso in associazione con altri parassiti di natura protozoaria, primo fra tutti Giardia duodenalis (agente della giardiosi felina), ma anche Cystoisospora spp. (agente della coccidiosi felina), e questo contribuisce ad influenzare sia il decorso clinico che la risposta terapeutica.

Il potere patogeno esercitato da Tritrichomonas è legato alla sua azione diretta e tossica a carico delle cellule epiteliali intestinali, che induce un progressivo sfaldamento della mucosa. I segni clinici sono spesso intermittenti e possono variare da un’infezione sub-clinica ad una forma di diarrea cronica che può persistere anche mesi. Sono frequentemente descritti fenomeni di abbondante eliminazione di feci con sangue vivo e muco, alternati a tenesmo (ossia momenti in cui l’animale mantiene a lungo nella lettiera la stazione per defecare pur non riuscendo ad eliminare materiale). Nelle forme di diarrea persistente sono descritti casi di proctite (infiammazione del retto), incontinenza fecale ed anche la tendenza al prolasso rettale. Anche se la diarrea può persistere per mesi, in genere i gatti tendono a conservare un buono stato di salute.

La diagnosi di tritrichomonosi non può basarsi solo sui segni clinici, attribuibili unicamente ad un’affezione del grosso intestino, ma deve necessariamente basarsi su esami parassitologici specifici, che il proprio Medico Veterinario di fiducia piò effettuare dopo un’accurata visita clinica.

La tritrichomonosi del gatto rappresenta allo stato attuale un problema dal punto di vista della sua gestione terapeutica, dal momento che non esistono molecole efficaci registrate ufficialmente. Viste le difficoltà connesse al trattamento, il controllo della tritrichomonosi felina dovrebbe basarsi in primis su misure di profilassi diretta, mirate ad interrompere, soprattutto nell’ambito di realtà collettive, i circuiti di trasmissione dell’infezione; l’accurata pulizia dei ricoveri e soprattutto la rapida rimozione delle feci dalle lettiere rappresentano delle importanti misure da adottare per ridurre al minimo il rischio di (re-)infezioni. Infine, è buona norma testare sempre tutti i soggetti di nuova introduzione (soprattutto provenienti da realtà allevatoriali) per svelarne l’eventuale condizione di portatori asintomatici.

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