Malattie ereditarie del cuore del gatto: ecco quali sono

Esiste, anche nel gatto, una classe di malattie del muscolo cardiaco che può derivare da alterazioni del DNA: sono le cardiopatie genetiche o ereditarie e più nello specifico la cardiomiopatia dilatativa e quella ipertrofica. Ecco quali sono i sintomi della malattia e come comportarci.

A cura di: Dott. Francesco Birettoni

malattie cuore del gatto

Le malattie del cuore (o cardiopatie) rappresentano un capitolo emergente di grande importanza nell’ambito degli animali d’affezione, e il gatto non fa certo eccezione; anzi negli ultimi anni, con il crescere dell’attenzione dei proprietari verso la salute dei propri fedeli compagni felini, il riscontro di cardiopatie da parte dei medici veterinari è diventato sempre più frequente.

Il cuore può nascere “malato” o “ammalarsi”

Il cuore del gatto può, infatti, “nascere” malato, nel qual caso si parla di cardiopatie congenite, oppure può ammalarsi successivamente, entrando nel concetto di cardiopatie acquisite.

Queste ultime si possono verificare a seguito di innumerevoli cause che colpiscono il muscolo cardiaco o miocardio: virus e batteri possono provocarne infezione e infiammazione (es. miocardite); carenze alimentari possono renderlo inefficiente (es. carenza di taurina); squilibri ormonali possono causarne un’iperattività fino allo stremo (es. ipertiroidismo).

Malattie ereditarie del cuore del gatto

Esiste, infine, nel gatto una classe di malattie del muscolo cardiaco che può derivare da alterazioni del DNA, con conseguente progressiva perdita della sua funzionalità: sono le cardiopatie genetiche o ereditarie e più nello specifico la cardiomiopatia dilatativa e quella ipertrofica (HCM dall’inglese Hypertrophic CardioMyopathy).

Quest’ultima è la cardiopatia acquisita di più frequente riscontro nei gatti, con una incidenza di popolazione che può arrivare al 10%, e comporta un anomalo e spropositato ispessimento delle pareti cardiache fino a che il cuore non è più in grado di accogliere il sangue per la sua funzione di pompa (cosiddetta disfunzione diastolica); inoltre le pareti ispessite possono ostacolare fisicamente l’espulsione del sangue attraverso la valvola aortica (cosiddetta forma ostruttiva) o alterare l’architettura della valvola mitralica, con conseguenti e gravi alterazioni circolatorie.

Inizialmente il proprietario spesso non se ne accorge

Tali conseguenze non sono inizialmente rilevabili dal proprietario, in quanto l’organismo riesce a compensarle per un certo periodo di tempo, ma quando la situazione evolve il cuore non riesce più ad inviare sangue al cervello, con possibili svenimenti, e/o a drenare adeguatamente il sangue dai polmoni e dalla pleura, con conseguente accumulo di liquidi e difficoltà respiratoria; talvolta, infine, il rallentamento del sangue all’interno del cuore provoca la formazione di trombi, che staccandosi possono andare ad occludere i vasi che irrorano entrambi gli arti posteriori o uno degli anteriori, con conseguente dolore e paralisi, oppure altri distretti come il cervello, i reni o l’intestino.

Con maggior frequenza in gatti di oltre tre anni

Questi quadri sintomatologici si riscontrano con maggior frequenza in animali di oltre 3 anni, ma talvolta anche in soggetti più giovani.

La comparsa di tali sintomi rende indispensabile, talvolta anche in urgenza, l’intervento del Medico Veterinario, in grado di ripristinare la perfusione cerebrale, di allontanare i liquidi in eccesso e di interrompere la formazione dei trombi.

Tuttavia, il Medico Veterinario può accorgersi della presenza della malattia anche più precocemente, prima che insorgano sintomi drammatici come quelli sopradescritti, magari durante una visita di routine o vaccinale o per altre malattie concomitanti; in questo caso il rilievo più frequente riscontrato dal Medico Veterinario è la presenza di un soffio cardiaco.

Il sospetto di tale malattia può essere confermato con un esame ecocardiografico, qualora si riscontri uno spessore delle pareti cardiache superiore ai 6 millimetri.

Malattie ereditarie del cuore del gatto, esiste una cura?

Purtroppo ad oggi non esiste un trattamento in grado di impedire la progressione della malattia o di invertirne l’andamento.

Tuttavia una diagnosi precoce consente di ridurre le probabilità di comparsa dei sintomi in maniera improvvisa e grave e di poter iniziare una terapia sintomatica tempestivamente, senza il rischio di dover ricorrere ad interventi d’emergenza.

Peraltro, identificare precocemente i portatori genetici di questa malattia assume un’importanza notevole anche nel caso in cui si intenda ottenere una cucciolata dai nostri amati gatti: sarebbe, infatti, un vero peccato mettere al mondo gattini destinati ad una vita, non solo molto più breve, ma tristemente influenzata dalla cardiomiopatia ipertrofica.

Ovviamente nel caso in cui il gatto sia oggetto di una vera e propria attività allevatoriale sarà auspicabile sottoporre i riproduttori a screening annuali per avere la possibilità, in caso di malattia, di escluderli più precocemente possibile.

Sempre più sentita in tal senso la necessità di ricorrere a test genetici affidabili da affiancare alla diagnostica clinica tradizionale.

Purtroppo quello attualmente in commercio riguarda solo una delle innumerevoli mutazioni coinvolte nel determinismo dell’HCM ed è pertanto molto limitato nella sua applicazione pratica.

Molto promettente in termini di ricerca delle alterazioni genetiche di questa malattia è il sequenziamento del genoma del gatto sano e di quello malato: osservando le differenze tra questi si auspica di poter individuare i geni responsabili dell’HCM.